Intelligenza artificiale
Nel fine settimana ho seguito un corso di Marco Montemagno sull’intelligenza artificiale. Molte cose le sapevo già: la uso ogni giorno da tre anni. Eppure ne sono uscita con la testa più aperta — e con la voglia di raccontarti come è cominciata. Perché non è cominciata bene.
Ho iniziato a usare l’AI dopo un episodio che mi ha punto sul vivo: una collega era molto più veloce di me e non capivo perché. Usava l’intelligenza artificiale e non me l’aveva detto. Erano gli inizi, la usavano in pochissimi. Da lì ho deciso di impararla sul serio, e non ho più smesso. Il modo più efficace per conoscerla è usarla tanto — ma con la testa. E oggi c’è una variabile nuova: l’accesso ai modelli migliori non dipende solo da quanto sono bravi, dipende anche dalla politica.
Un corso su cose che sapevo già
Lo dico senza giri di parole: gran parte di quello che ha raccontato Montemagno, già lo sapevo. Uso l’AI tutti i giorni, mi formo di continuo, seguo chi mi mostra in tempo reale come si muove questo mercato. Eppure ho fatto il corso, e rifarei la stessa scelta domani.
Perché conoscere una cosa e vederla usare da qualcuno che la usa bene sono due esperienze diverse. Da sola studio, provo, sbaglio, correggo. In un corso, invece, mi confronto con una testa che ha preso la stessa materia e l’ha piegata a modo suo. Anche quando il contenuto non è nuovo, lo è il punto di vista, e quasi sempre apre uno scenario che da sola non avrei visto. A trent’anni di mestiere e tre di AI intensiva, ho imparato una cosa semplice: il sapere non è un traguardo che tagli una volta. È un terreno che continui a battere, e ogni tanto qualcuno ti fa notare un sentiero che ti era sfuggito.
Ti racconto tutto questo non per dire quanto studio. Te lo racconto perché il mio rapporto con l’intelligenza artificiale è nato da un episodio preciso, e non è un episodio nobile.
Dove è cominciata, per me
Qualche anno fa lavoravo, da libera professionista, per un’agenzia. Con me collaborava un’altra professionista — la chiamo collega, perché di fatto lo era. E questa collega era veloce. Molto più veloce di me. Su ogni richiesta arrivava prima, produceva di più, con uno stile riconoscibile, un certo modo di costruire le frasi che allora non sapevo decifrare.
Oggi quello stile lo riconoscerei in un secondo: era lo stile dell’AI, che già allora aveva una sua impronta. Ma erano gli inizi — il 2023, forse prima — e usava l’intelligenza artificiale un pugno di persone: quei pochi che stavano dentro ambienti molto avanzati, di grande apertura, dove certe cose arrivano per prime. A volte serviva qualche accorgimento tecnico persino per accedervi. Io sapevo che esisteva, mi informavo, ma non avevo ancora iniziato a usarla. Non perché fossi rimasta indietro: non era ancora partito quasi nessuno.
Lei sì. E per un periodo è riuscita a tenersi il lavoro mentre io facevo più fatica, perché senza quello strumento lavoravo alla velocità di una persona, e lei a un’altra. All’inizio avevo dato la colpa a me: mi ero detta che ero un po’ più grande, forse meno rapida, meno smart, e avevo attribuito a lei il vantaggio della mente giovane. Competenza non gliene ho mai tolta. Solo che la spiegazione vera non era l’età di nessuna delle due: era l’accesso. Lei era arrivata prima a uno strumento, in un ambiente che glielo aveva messo in mano quando quasi nessun altro lo aveva.
La cosa che mi è dispiaciuta non è stata la sua velocità. È stato il silenzio. Avevamo un rapporto di confidenza, e di quella scoperta non mi disse niente. Quando ho unito i puntini, poco dopo, ci sono rimasta male. Se fosse stata trasparente, avrei fatto prima e con più serenità quello che poi abbiamo fatto tutti: adottare l’AI per lavorare.
Cosa mi ha lasciato quella storia
Con gli anni il risentimento è passato, e al suo posto è rimasta una lezione che con l’esperienza ho imparato a leggere meglio. Perché qui l’esperienza conta più della gioventù.
Nascondere uno strumento ti dà un vantaggio, ma momentaneo: in quella stanza, per un po’, sei l’unica a usarlo. Il punto è saper valutare cosa quello strumento diventerà — ed è un occhio che ti dà il mestiere, non l’età. Con l’AI era già abbastanza chiaro: una cosa che si diffonde così, partita tra i primi, finisce per diventare di tutti. Difenderla come un segreto era una mossa a corto raggio.
Il vantaggio che puoi davvero tenerti è un altro, e non è lo strumento: è quello che è tuo. La tua esperienza, la tua voce, il tuo modo di leggere un problema, le cose che porti solo tu. Quelle puoi metterle sul tavolo con un cliente senza timore, perché non te le copia nessuno. Lo strumento, invece, prima o poi ce l’avranno tutti — quindi farne un mistero serve a poco. Per questo non nascondo di usare l’AI: quello che curo, semmai, è il modo in cui la uso.
Vuoi portare l’AI nel tuo lavoro per non restare indietro?
Il modo più efficace per conoscere l’AI è usarla
Lo ha detto Montemagno nel suo corso, lo dicono tutti gli esperti, e per una volta sono d’accordo senza riserve: il modo più efficace per conoscere l’intelligenza artificiale è usarla. Tanto. Tutti i giorni, con le mani dentro. Non leggere di AI, non guardare video sull’AI: usarla, fino a sentirne i limiti sulla pelle.
È quello che faccio da tre anni. La mia prima certificazione sull’AI è del 2024, ma quando l’ho presa la usavo già da tempo: la certificazione è arrivata dopo la pratica, non prima. Da allora ho continuato a usarla in modo massiccio, ascoltando e formandomi, seguendo chi mi fa vedere i cambiamenti man mano che arrivano.
Ma — e qui torno su una cosa che ho già scritto altrove — usarla tanto non vuol dire delegarle la testa. Il mio modo è sempre lo stesso: le faccio fare le cose ripetitive, le do la voce del cliente e la mia voce, e limo a mano tutte quelle parti tipicamente “da macchina” che non sono belle da leggere. Lo strumento accelera; il giudizio su cosa dire, per chi e con quale voce, resta mio. Se vuoi vedere come questo si traduce in pratica, l’ho raccontato negli articoli su l’AI per i contenuti e su l’uso con criterio.
E non la uso solo per scrivere. Costruisco agenti, faccio prove, la spingo per capire fin dove arriva e dove invece si ferma. Si conosce uno strumento anche così, portandolo al limite, non solo usandolo per le cose comode: serve a sapere di cosa parli quando lo proponi a qualcun altro.
Dai miei primi articoli a oggi
Se mettessi in fila i primi pezzi che ho scritto con l’AI e quelli di adesso, vedresti una bella differenza. All’inizio si sentiva di più la macchina; oggi molto meno, perché ho imparato a guidarla e a riconoscere al volo le sue cadute di stile. E sono certa che fra un anno guarderò questi di oggi e ci troverò qualcosa da correggere.
Dove andremo, non è dato saperlo. Le prospettive sono difficili da immaginare, e cambiano di mese in mese. Una cosa però la do per certa: la tecnologia cambierà ancora, e in fretta; quello che non cambia è il bisogno di una testa che decida cosa vale la pena scrivere. Lo strumento si aggiorna da solo. Il criterio no — quello te lo costruisci.
Ma non dipende solo da quanto l’AI è brava
Fin qui sembrerebbe che il futuro dipenda da una cosa sola: quanto diventerà capace l’intelligenza artificiale. È la storia che ci raccontiamo di continuo — modelli sempre più potenti, possibilità sempre più ampie. È una parte della verità. Ma ne manca un’altra, e in questi giorni è diventata difficile da ignorare.
Venerdì scorso il governo degli Stati Uniti ha emesso una direttiva di export control e Anthropic ha dovuto disattivare i suoi due modelli più potenti, Fable 5 e Mythos 5, per tutti i clienti. Non solo fuori dagli Stati Uniti: la restrizione riguarda i cittadini non statunitensi ovunque si trovino, e per conformarsi l’azienda li ha dovuti spegnere per il mondo intero. Fable 5 era stato aperto al pubblico tre giorni prima. Tre giorni, poi via.
Non è la tecnologia che ha fallito. È la geopolitica che è entrata nella stanza. E la domanda che mi porto dietro da venerdì è semplice: chi ci dice che non diventi la prassi? Che l’accesso all’intelligenza artificiale — soprattutto ai modelli migliori — venga regolato sempre di più da fattori che non controlliamo: confini, sicurezza nazionale, rapporti tra stati. La “democratizzazione” che oggi festeggiamo potrebbe essere una stagione, non una garanzia.
Le domande che mi tengo aperte
Non ho risposte, e preferisco dirtelo invece di fingere di averle. Ma le domande, quelle sì, e le lascio qui perché sono le stesse che girano a me.
Se i modelli più avanzati diventano accessibili solo in base alla nazionalità o al luogo da cui lavori, che vantaggio resta a chi opera fuori dai paesi “giusti”? La parità di accesso che oggi diamo per scontata è reale, o è solo l’effetto di un mercato ancora giovane che prima o poi verrà recintato? E se lo strumento su cui hai costruito un pezzo del tuo lavoro può sparire in un pomeriggio per la lettera di un governo, quanto puoi davvero fondarci sopra? Soprattutto: se ognuno avrà accesso a modelli diversi a seconda di dove vive, che ne è dell’idea che l’AI ci rende tutti un po’ più uguali?
Sono domande che metto sul piatto sapendo di non poterle chiudere. Ma chi lavora con questi strumenti, secondo me, ha il dovere di tenerle aperte invece di rimuoverle.
Come la vedo
L’intelligenza artificiale è la tecnologia più dirompente che mi sia passata tra le mani dall’arrivo di internet in poi, e ci porterà cambiamenti rapidissimi. Per questo continuo a studiarla, a fare corsi anche su cose che in parte conosco, a tenere le mani dentro ogni giorno. Sulla conoscenza si corre, sempre.
Ma corro con gli occhi aperti. Non mi interessa l’entusiasmo che applaude ogni nuovo annuncio, e nemmeno la diffidenza che tiene tutto a distanza per principio. Provo a stare nel mezzo: usarla a fondo, con la testa, e continuare a farmi domande anche quando non ho la risposta. È lì, nel modo di usarla, che si gioca la differenza — molto più che nello strumento, che domani avranno tutti.
Se vuoi portare l’AI nel tuo lavoro così — veloce nell’impararla, lucida nel valutarla — possiamo farlo insieme, con una consulenza o un percorso di formazione tagliato sul tuo lavoro.
Vuoi imparare a usare l’AI sul serio, prima di restare indietro?
Una consulenza per partire con metodo, o un percorso di formazione sui tuoi contenuti reali.